Ericailcane@Le Condotte,Foligno Novembre 2009

Pubblicato: 14 luglio 2010 in Attack, Urban Art, Videos
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DIALOGO CON ERICAILCANE

Ericailcane parla poco di sé e non ci sono sue foto vaganti nella rete.
Ericailcane su facebook scrive “Ericailcane non ha fisionomia numerica, né compleanno,  è giovane. Vive e lavora tra Bologna e la sua mente”.
Ericailcane esiste pure, ma non vi diremo mai il suo vero nome né vi faremo mai vedere una sua foto.
Ericailcane è anche un collettivo il cui lavoro spazia dal wall painting, al video, alle incisioni ed ai disegni.
Ericailcane un giorno ci ha detto che a breve avrebbe smesso di disegnare su carta e che non avrebbe più fatto mostre per il momento.
Ericailcane  vuole dipingere su grandi pareti.
Ericailcane non usa le Montana.
Ericailcane applica pennelli su lunghi bastoni.
Ericailcane non rilascia mai interviste e non si fa mai riprendere.
Ericailcane è silenzioso, lascia gridare le sue opere.
Ericailcane è alto due metri ed è nato nel 1450 a’ s Hertogenbosch.
Ericailcane un giorno ha conosciuto Rasputin.
Ericailcane disegna tartarughe enormi sulla nostra città.
Ericailcane sta rivoluzionando l’urban art in silenzio.

Noi di attack si diffida di facebook, o per lo meno del suo uso invadente. Pertanto non lo abbiamo cercato lì, abbiamo impiegato quasi un anno tramite passa parola nell’ambiente writers tra roma-milano-bologna-ancona, per istaurare un contatto diretto finché un giorno quando tutto sembrava svanire, squilla il telefono e ci sentiamo rispondere…pronto…… sono ericailcane, mi stavate cercando?

Il resto della storia è stato dipinto sui muri.

Parlare di urban art, di art terrorism, di tagging, di writing, di post-graffiti o più in generale di street art, a parer nostro, significa parlare di arte spontanea, di slancio vitale ma anche (soprattutto) di rabbia, di disagio sociale e d’illegalità.
Artisti come Banksy, Swoon, Obey, Ericailcane, Blu, Honet, Blek le Rat, Der Bananen-sprayer, Asylm, Herbert, Os Gemeos, Barry Mcgee, solo per citarne alcuni, sono “corteggiati” da galleristi e musei d’arte contemporanea in tutto il mondo ma al tempo stesso anche dalle forze dell’ordine.
Probabilmente è proprio questa dicotomia che rende i messaggi di questi “beautiful losers” (così come definiti da Aaron Rose in una celebre mostra collettiva del 2006) capaci di scuotere le nostre coscienze come nulla altro in questo strano mondo nuovo.

Nel mese di Novembre abbiamo ospitato Ericailcane a Foligno per la realizzazione di una grande opera muraria fortemente voluta da noi di attack e dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Foligno.
Durante tale periodo trascorso assieme abbiamo avuto il piacere di scoprire l’uomo Ericailcane, oltre alla possibilità di confrontarci su tematiche che a noi stanno fortemente a cuore.

Le mura delle città sono la nostra pelle ed i disegni che le ricoprono bei tatuaggi da mostrare.

Ass. Culturale Attack

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INTERVISTA

Che cosa rappresenta per te la bellezza?

Sinceramente non me lo sono mai chiesto sul serio, credo sia la ricerca di qualcosa, forse la ricerca di qualcosa di astratto non so, un’emozione una sensazione che abbiamo innata che cambia nel tempo.

Ritengo la tua passata collaborazione con Blu una delle commistioni artistiche maggiormente riuscite, insieme avete creato uno stile unico pur mantenendo ognuno i propri segni caratteristici, cosa ha spinto la vostra unione artistica?

Non credo sia passata, è questo il bello, ci siamo incontrati per caso a Bologna e per caso abbiamo iniziato a fare le cose assieme, poi a condividerne altre. Sono situazioni spontanee che nascono fra persone. Il lavoro non c’entra o influisce solo in parte su tutto (per fortuna).

Hai un passato da writer, ora non firmi nemmeno più le tue opere ed usi pennelli, cosa ti ha fatto lasciare le bombolette?
Writer significa scrittore, io non ho mai scritto il mio nome né fatto una tag. Quindi non mi sono mai definito “writer”. Le bombolette sono state una tecnica che si è presto rivelata troppo dispendiosa e poco efficace per quello che volevo fare.ho imparato presto , infatti che con un rullo ed un pennello e due colori da muro si facevano dei danni più grandi che con uno zaino di bombolette.

Si è da poco celebrata la ricorrenza della caduta del muro di Berlino, ma nuovi muri si stanno ereggendo ed altri sono stati già eretti, ho avuto modo di vedere il tuo lavoro realizzato in Palestina, cosa porti dentro di quella esperienza?
Ci tornerei molto volentieri in Palestina perché è sicuramente uno dei posti più belli e contraddittori della terra. Quando ti trovi lì riesci a capire come gli equilibri che influenzano i rapporti di gran parte degli stati di tutto il mondo abbiano un luogo dove sfogarsi. Lì c’è una sorta di epicentro di un qualcosa che sta per arrivare anche qui da noi a scuotere le cose. O forse è solo un’impressione che si ha quando si viaggia attraverso quelle terre bruciate dal sole e quando si parla con la gente del luogo.
Resta però il muro come ricordo indelebile. Se non lo si tocca con mano non lo si può capire perché non è una cosa comune, non siamo abituati a scontrarci con una barriera di cemento alta otto metri e lunga centinaia di chilometri. E’ un monumento enorme all’odio ed al razzismo. Sono contento di averci potuto dipingere perché ciò mi ha permesso di conoscere delle persone splendide anche se credo che quel muro non debba esistere.

Il Comune di Milano (notizia uscita sul Corriere della Sera del 28 luglio 2009) intende dare spazi ben definiti ai graffiti d’autore, anche altri Comuni Italiani si stanno muovendo su tale linea, in primo luogo, secondo te, quale sarà il criterio utilizzato per individuare i graffiti d’autore?
Cosa ne pensi di tali proposte e soprattutto come è stato per te realizzare i tuoi lavori prima di diventare conosciuto?

In Italia la cultura deve passare attraverso centinaia di mani che non sono abituate a maneggiarla e spesso non la riconoscono affatto.. qui tutto diventa politica e la politica decide di vita e morte di scienziati o artisti ma anche di operai artigiani, ecc. Non credo si possa fare un distinguo tra vandalismo e arte di strada. Per il semplice fatto che la legge è uguale per tutti. Se una cosa è illegale resta tale anche se è bella. La differenza per me ora è che è più facile essere invitato a fare un dipinto murale che prendere l’iniziativa e realizzarlo da solo senza autorizzazione.

A San Francisco i murales sono inseriti nelle guide della città, nel quartiere Mission artisti locali di concerto con società no profit organizzano tour guidati alla loro scoperta. Pensi si arriverà mai a questo in Italia?

Credo sia molto improbabile o quantomeno lontana una situazione del genere in Italia.
Siamo schiacciati dal peso dei nostri gioielli d’ arte storica per poterci accorgere di quello che succede nel contemporaneo.

Shepard Fairey, (Obey) dopo aver affisso per anni in tutto il mondo i suoi stickers raffiguranti Andre the Giant ha realizzato il poster della campagna presidenziale di Obama, ora i suoi lavori sono al centro delle attenzioni mediatiche, ha ancora senso secondo te, parlare di urban art come di controcultura?

Ci sono molte persone che fanno arte in strada, arte pubblica in tutto i mondo per cui le possibilità sono sempre aperte e sono infinite, tutto è in un mutamento continuo e sempre più veloce per cui probabilmente una cosa a cui abbiamo appiccicato un’etichetta è già diventata qualcosa di totalmente differente. Le esigenze di moda e mercato sono spesso molto diverse da quelle delle persone che vivono le cose.

Negli ultimi anni, contestualmente alle tue opere in strada, hai realizzato lavori in gallerie e strutture museali, che rapporto hai con il così detto circuito dell’arte contemporanea?

Probabilmente lo devo ancora capire. Credo che chiudere porte significhi anche incanalare il proprio modo di fare le cose e le possibilità di scoprire il nuovo. Cerco, per quanto mi è possibile, di non farlo pur mantenendo una mia etica. Mi piace avere a che fare con le persone più che con un mondo virtuale o di facciata. Credo sia difficile distinguere le cose nel mondo dell’arte, almeno quanto lo sia nella vita reale.

Cosa ti aspetti dal futuro?
Spero di potermi stupire sempre delle cose.

Quale è il primo disegno che ricordi di aver fatto?

Non ne ho ricordi

Perchè Ericailcane?

Perché no?

Quanto è importante per te lavorare in silenzio, fuori dal frastuono e i rumori di fondo della società delle immagini?

Fondamentale

Come mai hai scelto di autoritrarti così nella nostra rivista?

Accade spesso che molti writers e artisti provenienti da questo ambito,”abusivi” di nascita e di estrazione (nella scelta dei luoghi, nel modo di presentarsi al pubblico, nell’essenza stessa della loro arte) siano protagonisti di un passaggio verso l’istituzionalizzazione. E quindi le loro opere finiscono nelle gallerie d’arte, le loro firme nei musei e le loro azioni in luoghi specifici (sotto richiesta) come nel caso del tuo intervento a Foligno.

Come nasce e si sviluppa questo passaggio?

I futuristi con Marinetti parlarono in qualche modo di questo problema della museificazione di loro e dei loro lavori.. è una cosa forse inevitabile, forse per alcuni auspicabile ma è naturale come lo scorrere del tempo come la natura umana. Ho scelto uno pseudonimo perché il nome ha valore solo se associato ad una persona ed un lavoro ha un valore in sé e per sé non in quanto legato ad un nome. Dobbiamo distinguere tra persone, cose ed animali.(Anche se l’uomo è animale).
Il mercato unifica le tre categorie in una sola, quella delle cose.
Basta riuscire a mantenere gli esseri viventi e le cose in piani separati. Poi il più è fatto.

Quale è la necessità che può spingere un artista in questa direzione? Quanto conta questa sorta di abusivismo in questo tipo di arte?

Credo che ogni cosa sia legata ad un momento, un luogo, una situazione o semplicemente ad uno stato d’animo. Non penso di essere in grado di tirare le somme di un sistema che appena riesco ad intuire ma che probabilmente non ho voglia di comprendere del tutto. Ci sono delle cose che sono belle perché spontanee, perché genuine. Ciò che va oltre ciò non fa che storpiare il sogno di chi ha creato qualcosa banalizzandola o addirittura distruggendola.

Comunque il facebook non è mio.
O almeno non l’ho aperto io.
Ho solo un sito in costruzione da mesi.
Ed un telefono a cui rispondo una volta sì e tre no.

www.ericailcane.org

commenti
  1. bhf scrive:

    bene, bene.

    pezzo storico, domande giuste, risposte affascinanti

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